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Abbazia di San Silvestro - Museo Benedettino e Diocesano

La visita

Arrivando in piazza Abbazia, l’edificio religioso si presenta con la sua facciata a salienti, caratterizzata dalla bifora e dal protiro con colonne poggianti su leoni stilofori a incorniciare il portale. I restauri compiuti all’inizio del Novecento hanno eliminato gli elementi barocchi della facciata, riportandola all’originale aspetto romanico appunto con i salienti (una successione di spioventi posti a diverse altezze) e non più “a capanna” secondo i canoni barocchi.

 

Nella lunetta si trova un bassorilievo che raffigura il Cristo benedicente, affiancato da due angeli e circondato da quattro tondi con i simboli degli evangelisti, opera attribuita a Wiligelmo (XI-XII secolo). Le formelle degli stipiti sono precedenti di qualche decennio, in quanto commissionate dall’abate Rodolfo I, che resse l’abbazia dal 1002 al 1032. Nella parte sinistra si trovano, dal basso verso l’alto, gli episodi e i protagonisti della storia dell’abbazia, a destra episodi della Natività e dell’infanzia di Cristo.

 

L’interno è a tre navate separate da due file di pilastri massicci, con soffitto a capriate. Entrando occorre scendere di alcuni scalini per raggiungere il piano basso della chiesa. In fondo, sotto le absidi, appaiono subito i due livelli dell’edificio: il presbiterio, al quale si accede salendo attraverso una scalinata centrale o due scale laterali, sovrasta la cripta, di poco più bassa rispetto al piano d’ingresso. Nel presbiterio si trova l’altare maggiore, realizzato tra il 1568 e il 1572 da Jacopo Silla de Longhi, scultore varesino, con otto lastre di marmo bianco raffiguranti episodi della vita di Silvestro. Dietro di esso, appoggiata alla parete in fondo, si trova la cattedra episcopale, segno della dignità della basilica di concattedrale dell’arcidiocesi di Modena-Nonantola. Sopra l’altare è posto il crocifisso intagliato in legno del XV secolo, mentre la croce è del XVII. Le reliquie di san Silvestro, patrono di Nonantola e al quale è dedicata l’abbazia, si trovano in una teca di vetro e legno posta nell’abside di sinistra. Accanto ad esse è posta una statua in terracotta del XVI secolo di san Bernardo di Chiaravalle, a suggello del momento in cui, nel 1514, i monaci cistercensi sostituirono i benedettini nell’abbazia. Nella navata destra del presbiterio si trova inoltre l’organo, realizzato da Domenico Traeri nel 1743 e tuttora utilizzato nelle celebrazioni solenni.

 

La cripta è molto ampia, tra le più vaste che si possono trovare nelle chiese romaniche d’Europa. E’ stata costruita nell’XI secolo, interrata ai primi del Quattrocento per le infiltrazioni d’acqua, poi riaperta a seguito dei restauri compiuti tra il 1913 e il 1917. Nella cripta, all’interno dell’altare maggiore, sono custodite le spoglie di sei santi: l’abate fondatore Anselmo, Adriano III papa, i martiri Senesio e Teopompo e le vergini Fosca e Anseride. Per quanto riguarda la chiesa, tra gli elementi degni di nota si può citare innanzitutto il fonte battesimale, posto a sinistra del portale. Di forma ottagonale, è stato rifatto nel Novecento, ma nella sua struttura vi si trovano murati un fregio romanico e una lapide che ricorda una sepoltura paleocristiana. Per l’interno del fonte stesso è stata reimpiegata una fontana romana. Dopo il fonte battesimale, sempre nella navata di sinistra, in una nicchia sormontata da un arco gotico si trova il monumento a Natale Bruni, realizzato dallo scultore Giuseppe Graziosi nel 1917 a ricordo dell’arcivescovo che promosse i restauri del 1913-17. L’opera d’arte più importante, tuttavia, è l’affresco del XV secolo attribuito alla scuola modenese degli Erri o al maestro della pala dei muratori. I tre livelli dell’opera raffigurano rispettivamente la Crocifissione, l’Annunciazione e i santi Martino, Gregorio Magno, Giovanni Evangelista, Giacomo, Silvestro, Antonio abate e Giorgio.

 

Per completare la visita alla chiesa è opportuno recarsi sul retro per vedere le imponenti absidi romaniche decorate con lesene, semicolonne, bifore, monofore e archetti pensili. Quanto al giardino attuale, un tempo ospitava il chiostro monastico, del quale resta una parte addossata al fianco della basilica, realizzata a due livelli: quello inferiore trecentesco, quello superiore quattrocentesco. Sempre in questa zona si trovavano anche gli orti, il cimitero dei monaci e anche alcune officine.

Da non perdere la visita al Museo Benedettino e Diocesano d'Arte Sacra, 

testimone di una storia più che millenaria

 

Oggetti d’arte e di culto, preziosi codici miniati e antichi documenti lin pergamena legati alla lunga storia dell’abbazia di Nonantola sono visibili nel museo annesso al complesso. Del tesoro, uno dei più ricchi tra le cattedrali italiane, fanno parte diversi reliquiari, tra cui una stauroteca della Santa Croce giunta da Costantinopoli a Nonantola quando gli abati erano ambasciatori di Carlo Magno presso l’Impero Romano d’Oriente, il braccio di San Silvestro e le teche in argento contenenti i crani dei santi Senesio e Teopompo. Degni di menzione anche antichi tessuti sacri, provenienti da Bisanzio, risalenti al IX e X secolo, che facevano parte del corredo funebre di San Silvestro.

Tra gli oggetti esposti ci sono anche tre codici che appartenevano all’antica biblioteca monastica, che nei secoli ebbe anche uno scriptorium, vale a dire un’officina scrittoria. Gran parte dei libri, nel XVII secolo, finirono a Roma, ma tre codici, come detto, si possono ammirare in un’apposita sala del museo. Tra di essi, merita una menzione particolare l’Evangelistario di Matilde di Canossa, in minuscola carolina, con dieci miniature raffiguranti episodi della vita di Cristo.

Rilevante, poi, è il patrimonio documentale che fa parte dell’archivio abbaziale. In tutto vi sono conservate oltre 4.500 pergamene, 131 delle quali risalenti a prima dell’anno Mille. L’archivio abbaziale conserva 14 documenti in pergamena dell’età carolingia (10 in originale e 4 in copia), tra cui tre diplomi originali di Carlo Magno. Uno di essi, datato 797, si riferisce alla conferma di alcune donazioni terriere tra Vicenza e Verona a favore del monastero e reca il monogramma dell’imperatore. Un secondo, dell’801, è particolarmente prezioso perché per la prima volta in esso Carlo Magno viene chiamato imperator (imperatore) e non più rex francorum et langobardorum (re dei Franchi e dei Longobardi).

Una ventina di pergamene conservate nell’archivio si riferiscono, invece, al periodo di Canossa e in particolar modo a Matilde.